Lavoro: CGIL, oltre 4,3 mln di professionisti con pochi diritti e tutele


Un esercito fatto di oltre 4,3 milioni di persone, con un reddito annuo medio pari a poco più di 9 mila euro. Sono i lavoratori cosiddetti ‘professionisti’, vittime per la gran parte di diseguaglianze, in termini di genere, e di ingiustizie, come la mancanza di ammortizzatori sociali. In occasione della due giorni della conferenza d’indirizzo della ‘Consulta del Lavoro Professionale’ promossa dalla Cgil con il titolo “Diritti e rappresentanza nel lavoro professionale”, il sindacato fornisce una fotografia delle professioni in Italia. Un quadro di riferimento “inedito e preoccupante” che l’organizzazione guidata da Susanna Camusso vuole affrontare attraverso il ‘Decalogo dei diritti’, ovvero “un complesso di proposte elaborate insieme a moltissime associazioni professionali” e con “la necessità di garantire, anche attraverso la contrattazione collettiva, le tutele sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro modalità d’impiego”.

La Cgil, nell’elaborazione del decalogo dei diritti, ricostruisce nei numeri il fenomeno dei professionisti in Italia. Esclusi i parasubordinati e le imprese, i lavoratori che nel nostro paese svolgono attività autonome senza dipendenti sono 3.369.000. A questi lavoratori a partita Iva individuale vanno aggiunti 962.428 parasubordinati esclusivi (coloro che non hanno altre attività e non sono in pensione) e 21.101 lavoratori con redditi esclusivi da cessione di diritti d’autore. Per un totale di lavoratori autonomi, individuali e parasubordinati, secondo dati della Consulta Professioni della Cgil, pari a 4.352.529. Nel dettaglio inoltre il sindacato sottolinea come i dati  dell’Osservatorio sul lavoro atipico dimostrano che il fenomeno dell’abuso nel lavoro autonomo individuale (partite iva individuali esclusi i collaboratori e le imprese) “non è prevalente e si attesta attorno al 10% qualsiasi sia l’indicatore di subordinazione che si prende a riferimento”.

E quanto guadagna questo esercito di professionisti? Secondo i dati della Cgil il reddito netto annuo medio di un lavoratore con partita Iva è di 9.041,28 euro, quello mensile è di 753, 44. Infatti, la media dei compensi lordi dei lavoratori con partita Iva iscritti alla gestione separata Inps è di 18.836 euro annui. Inoltre, ricorda il sindacato, un lavoratore con partita Iva che guadagna 1.000 euro lordi al mese, oggi ha un reddito netto disponibile di 545 euro e, se fosse confermato l’aumento delle aliquote Inps decise dai precedenti governi, il reddito si ridurrebbe a 485 euro mensili.  Numeri che nascondono secondo il sindacato “diseguaglianze e ingiustizie” perpetrate nei confronti dei professionisti. Tra queste la constatazione che le donne guadagnano meno dei colleghi maschi. Tra i professionisti con partita Iva, spiega il sindacato, “si nota una vistosa differenza di genere nelle retribuzioni fra donne e uomini, in media 6 mila euro. Anche tra le donne parasubordinate le differenze retributive rispetto gli uomini appaiono ingiustificate e inaccettabili: ad esempio, le donne nella fascia d’età tra 40 e 59 anni percepiscono 13 mila euro di compenso in meno rispetto ai maschi”. Per un altro versante, invece, la Cgil nota come in questi anni siano calati drasticamente i posti di lavoro a fronte di nessun ammortizzatore sociale. “Ai 208 mila posti da collaborazione persi nel quinquennio fino al 2011 vanno aggiunti, secondo l’Istat, 132 mila rapporti di contratto a progetto persi tra l’ultimo trimestre 2012 e il primo semestre 2013 dopo la riforma del Lavoro. Una quota rilevante di questi posti si è trasformata in lavoro nero, una parte in partite Iva individuali e altri ancora in disoccupazione. Questa perdita di lavoro ha riguardato lavoratori spesso laureati e/o giovani che, per giunta, non hanno avuto nessun ammortizzatore sociale durante tutta la crisi”.

Il ‘Decalogo dei diritti’, interventi per migliorare le condizioni di lavoro e valorizzare le professionalità

Da queste considerazioni la decisione della Cgil di dare vita, “insieme ai lavoratori interessati e alle loro associazioni”, al ‘Decalogo dei diritti’. Una serie di interventi concreti “per migliorare le condizione di lavoro e valorizzare le professionalità presenti in questo mondo, per garantire le tutele sociali a tutti i lavoratori, indipendentemente dalle modalità di lavoro”. Il tutto con l’obiettivo di fornire risposte concrete alle esigenze dei lavoratori professionisti, a partire dall’affidare alla ‘contrattazione inclusiva’, e non solo alla legge, un ruolo decisivo per affrontare questa emergenza facendosi carico della ricerca delle possibili soluzioni.

Sul fronte ‘previdenza’, invece, “mantenendo ferma la scelta per un sistema previdenziale pubblico che va preservato e uniformato, esistono delle precondizioni invalicabili, senza le quali non è possibile procedere ad allineare la contribuzione per le partite Iva iscritte alla gestione separata a quella degli altri lavoratori iscritti all’Inps. Precondizioni che riguardano l’introduzione di compensi minimi equi per evitare, come già avviene, di scaricare unicamente sui lavoratori tutto il costo previdenziale riducendo ulteriormente il loro reddito netto”.

Sul tema delle ‘tutele sociali universali’, ovvero indennità di malattia, maternità e congedi parentali, “vanno rese effettive tali tutele rivedendo le modalità d’attuazione e di verifica dell’Inps che oggi scoraggiano o impediscono l’accesso a queste prestazioni sociali”. Quanto agli ‘ammortizzatori sociali’, secondo la Cgil “è necessario fare in modo che i collaboratori a progetto possano usufruire della ‘Mini Aspi’ allargando la contribuzione per la disoccupazione involontaria ai loro committenti”. Contestualmente, aggiunge, “è indispensabile allargare l’indennità di disoccupazione prevista dal cosiddetto ‘Bonus Precari’ a tutte le altre tipologie di lavoro iscritte in via esclusiva alla gestione separata Inps e all’ex Enpals, a partire da chi opera con partita Iva”.

Per quanto riguarda invece il ‘mercato del lavoro’, secondo l’organizzazione di corso d’Italia, “alla contrattazione collettiva deve essere affidato il compito di individuare tempi di applicazione e modalità attuative della riforma Fornero sia per estendere concretamente le tutele a tutti i lavoratori, sia per salvaguardare i livelli occupazionali. Occorre inoltre abrogare la norma sulle partite Iva della legge 92/2012 e usare gli stessi criteri di connotazione del lavoro autonomo per tutte le forme di lavoro non subordinato”. E infine, sul ‘fisco’ è necessario “ripristinare il regime dei contribuenti minimi introdotto dal governo Prodi e ridotto fortemente da Tremonti. Si è passati, infatti, dagli oltre 600 mila contribuenti minimi del 2010, ai 57 mila a regime. Questa sola misura aiuterebbe almeno 500 mila persone a non chiudere l’attività e per molti a riaprirla”.

In allegato il documento ‘Diritti e Rappresentanza nel lavoro professionale’, con il ‘Decalogo dei diritti’, e una sua sintesi.